Archeologia e storia

Delle origini di Zeddiani non si conosce molto poiché numerosi documenti andarono distrutti quando il paese era frazione del vicino Comune di San Vero Milis.

Gli insediamenti nuragici che sopravvivono nel territorio, in particolare Nuraghe Coau, Nuraghe Urrai e Nurachi Urigu, testimoniano come la zona dove sorge Zeddiani fosse abitata già da vari millenni.

Il territorio subì notevoli influenze da parte del popolo romano, che si impose con ingente forza sia in campo politico che economico. Domate le insurrezioni (grave quella del 215 a.C. condotta da Amsicora l'anno dopo la battaglia di Canne) i romani diffusero il culto delle loro divinità, riferendole a nomi di paese. Nell'epoca repubblicana sorse quindi, nella pianura Arborense, un "Mansio" o "celle" dedicate a Giano. Così si onorava la bontà del luogo e dei nuovi abitanti di Celleyani, dove si adottarono la lingua e le leggi, gli usi e i costumi propri di Roma.

Verso il 1200 la Sardegna era divisa in giudicati, che corrispondevano grosso modo alle nostre province. Il giudicato di Arborea (a cui apparteneva Zeddiani) comprendeva 13 curatorie, a capo delle quali vi era un curatore. La più importante era quella del Campidano Maggiore il cui curatore (capo) esercitava il suo potere in città, ville, donnicalie. Le città erano poche, molte invece le ville che erano i centri più importanti delle curatorie. La villa aveva terre proprie per l'uso comune e altre utilizzate come orti e vigne, oppure adibite al pascolo. Al centro delle ville vi erano le aziende agricole (donnicalie).

Il paese, nel corso dei secoli, ha cambiato più volte il suo nome: Cellayani, Cellevane, Seleiani. Tutti riconducibili al termine cellarium, di derivazione latina, ovvero magazzino, laddove si radunavano i raccolti, soprattutto di grano, delle ville limitrofe, che veniva conservato in appositi granai costruiti sull'altura del paese, "su Sattu". Zeddiani fu probabilmente una delle ville più ricche e importanti del campidano.

Nel 1410, dopo la sconfitta subita dal Giudicato di Arborea ad opera dei Catalano Aragonesi, il villaggio divenne parte del Marchesato di Oristano. Con la battaglia di Macomer del 1478 i territori del marchesato furono devoluti alla Corona, così dal 1479 al 1767, Zeddiani venne amministrato da funzionari regi, fino all’inclusione del suo territorio nel feudo concesso dal Re di Sardegna Carlo Emanuele III a Don Damiano Nurra, marchese d’Arcais, come feudo improprio. Ereditato nel 1806 da Francesco Flores, venne poi riscattato nel 1836. In seguito alla “fusione perfetta” col Piemonte, la concessione dello Statuto Albertino e la promulgazione della Legge comunale e provinciale con la quale si istituivano i Consigli Comunali in luogo dei Consigli Comunitativi, il Comune entrò a far parte del Mandamento di Cabras nel circondario di Oristano, inserito nella provincia di Cagliari. Con l’unificazione della penisola, l’ordinamento provinciale e comunale si estese a tutta l’Italia.

Durante il periodo fascista venne aggregato al Comune di San Vero Milis dal quale ritornò autonomo nel 1947. Dal 1974 appartiene alla Provincia di Oristano.

Architettura storica

La Chiesa della Madonna delle Grazie, situata nel cuore del paese e conosciuta come chiesa di S. Antonio da Padova, fu edificata nella prima metà del XIII secolo in stile romanico, con navata unica. Nel Seicento, la chiesa fu quasi interamente ricostruita e la facciata venne modificata con forme baroccheggianti, tuttavia si possono ancora notare gli spazi circolari dove in origine erano posti i piatti policromi, tipici dell'architettura romanica. Probabilmente in origine era sovrastata da un campanile a vela, del quale si nota la base, analogo a quello visibile sul retro, che non ha subito modifiche.

Nella periferia nord-ovest del paese la Chiesa parrocchiale, dedicata a San Pietro Apostolo e risalente al XVII secolo, custodisce al suo interno antichi e pregiati arredi e un altare ligneo barocco in cui campeggia il simulacro della Madonna della Neve in legno policromato, caratterizzata da pregevoli finiture in oro zecchino.

Il Montegranatico, costruzione edificata nel XIX secolo, nacque come magazzino per il deposito del grano messo a disposizione degli agricoltori in difficoltà per sostenere l’economia e la produzione agraria. L’aspetto sobrio che l’edificio, sapientemente restaurato, ancora conserva denota tutt’oggi il suo carattere esclusivamente funzionale, rappresentando una preziosa testimonianza del mondo rurale. La scelta di destinare l'edificio del Montegranatico di Zeddiani a spazio aggregante, propositivo e multimediale concretizza l'esigenza di sviluppare un programma culturale contemporaneo attraverso la rivitalizzazione dei valori più rappresentativi della cultura locale, ospitando mostre, conferenze ed altri eventi culturali.

Leggende e vecchi racconti

La chiesetta dedicata a Sant'Antonio da Padova, che era certamente la chiesa dell'antica villa, pare che appartenesse a "Sa Sennora de s'onnigagia" (la Signora della donnicalia), descritta dagli anziani del paese come una donna ricca e avara. La leggenda racconta come la Signora, che non usciva mai di casa, usasse, per andare alla chiesa, un passaggio sotterraneo che, partendo dalle sue terre, conduceva sino ad essa.

Alcuni anziani sostengono che nel luogo in cui sorge la Chiesa Parrocchiale ci fosse un monastero di frati.

Si dice anche che, prima che il paese fosse costruito in "su Sattu", la chiesa, con gli oggetti preziosi contenuti al suo interno, sprofondò. A protezione di quel tesoro, una vespa dalla puntura mortale, che ha già causato la morte di molte persone, pare che compaia quando si tenta di scavare in quella zona.